Spettro è di per sé una fotografia, un corpo intrappolato nel processo di oggettivizzazione che invece vuole muoversi, da un’immagine di sé all’altra, tracciarne un potenziale percorso di senso, o ripercorrere a ritroso una memoria intrappolata su carta. In questo oscillare da carta a corpo da corpo a carta, qualcosa s’inceppa, nel tentativo utopico di ripetere meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente (R. Barthes). C’è un bluff nel rewind di un’azione, c’è l’incapacità di ripercorrere la memoria senza travisarla, falsarla, c’è il tentativo sinistro di resuscitare l’immagine morta su carta e tradire l’evidenza di ciò che è stato.
Restituire carnalità all’immagine, renderla seduttiva, indagare la sua verità, interrogarsi sul prima e sul dopo, sul senso di un simulacro. Ripetere ossessivamente gli stessi gesti come parti di un discorso asintattico. Spettro ha per me la stessa valenza di un sogno, una trappola, in cui si giocano relazioni di senso che non affiorano alla coscienza.
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